Gli haters

Pubblicato il 21/02/2019

 




Oggi parliamo di Marketing, e dei suoi “bersagli”, vale a dire i cosiddetti “target”. Nel mondo occidentale, siamo infatti tutti sottoposti ad un vero e proprio bombardamento mediatico, in cui le vittime (cioè noi) sono accuratamente selezionate in modo che il numero più elevato possibile di colpi vada a segno.

Una delle cose che si è maggiormente modificata, rispetto al passato, è la tendenza a “dividere” le persone, laddove un tempo ci si concentrava sull’'unire e sull’'aggregare. Oggi, sembrano contare sempre meno le cose che abbiamo in comune, mentre acquistano importanza crescente gli argomenti che ci fanno litigare. I “social media haters” sono proprio quelle persone il cui interesse principale pare unicamente essere quello di gettar fango su tutto ciò che non piace, o peggio ancora che procura loro sentimenti di frustrazione ed odio.

Probabilmente ci avrete già fatto caso, ma le persone sui social network (Facebook in primis) litigano, ma litigano sul serio, tirando fuori il peggio di sé e spesso arrivando a dare un’'immagine tremendamente peggiore rispetto a quella che, magari, riservano a chi ha il privilegio di intrattenere con loro rapporti umani “veri” e non filtrati dal “quasi anonimato” offerto dal palcoscenico del web. Il recente rapporto Censit 2017 sull'’Italia la dipinge proprio così, ovvero dominata da “paura, rabbia e rancore” (http://www.linkiesta.it/it/article/2017/12/02/litalia-del-rancore-e-il-prossimo-incubo-delleuropa/36377/) .

In tutto questo, cosa fanno le grandi aziende? Semplicemente, ci sguazzano. Se uno degli obiettivi di ogni campagna di marketing che si rispetti è, come è normale che sia, quello di essere vista dal numero più elevato possibile di persone, se foste il direttore vendite di una grossa multinazionale non vi verrebbe forse la tentazione di “gettare in pasto ai leoni” il vostro messaggio, nella speranza di scatenare la lotta? La logica dei social network è proprio quella di dare maggiore visibilità ai “post” che creano un maggior numero possibile di “interazioni”, dunque poco importa se la metà dei commenti che si ricevono sono insulti (tanto, in tempi piuttosto rapidi, le persone inizieranno ad aggredirsi fra di loro, e il prodotto/servizio passerà in secondo piano). “L'’importante è che se ne parli”, insomma, e più se ne parla più le cose diventano “virali”, ovvero si propagano come virus: esattamente quello che chi deve “vendere” vuole da noi.

Non è un caso, dunque, se il Buondì Motta finisce per sterminare una famiglia, se il produttore di gioielli Pandora tappezza i muri con frasi poi giudicate “sessiste” e “denigratorie”, e se Mediaset, per la prima puntata del programma “Music” sceglie di invitare Marilyn Manson, ovvero uno dei cantanti che più di ogni altro divide l’'opinione pubblica per i suoi atteggiamenti provocatori, violenti ed anticristiani (casualmente, in momenti in cui il Cristianesimo è al centro di tante polemiche, e il cognome “Manson” è tornato alla ribalta per la recente morte del “guru” Charles).

marketing targets haters - massari consultingOdiare, ormai, non è più sinonimo di ribellione, anzi è il modo più sicuro per conformarsi alla massa e fare esattamente ciò che i “poteri forti” vogliono da noi: mentre noi ci scanniamo a colpi di “post” al vetriolo, loro acquistano visibilità.

Cogliamo l’'occasione del Natale che si avvicina, per cercare di avvicinarci al suo messaggio più vero (l'’Amore), magari concentrandoci un pò’ meno su apparenza e consumismo. Continuare a focalizzarsi su ciò che si odia non potrà fare altro che generare altro odio, e ci renderà sempre più dei facili bersagli per chi, furbescamente, vuole acquisire popolarità.



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