Il Manager della felicità

Pubblicato il 21/02/2019

 




Oggi parliamo di felicità, e soprattutto di quella sul luogo di lavoro. Sembra un concetto impossibile, ma non è così e ci pensano gli americani ad arrivare per primi ed inventarsi una nuova figura istituzionale chiamata “Chief Happiness Officer”, traducibile più o meno con il “Manager della Felicità” e che sta andando ad affiancarsi ai vari, e più noti, C.E.O. e C.F.O. in aziende di medie/grandi dimensioni.

Cos'’è la felicità? Non credo che potremmo uscire da una discussione del genere in un solo articolo di blog, e  non presumo di avere La Risposta (con le iniziali maiuscole). Magari potremmo circoscrivere il discorso concentrandoci sul BENESSERE che, in modo simile a quanto indicato dall’'Organizzazione Mondiale della Sanità, definiremo come una situazione generale di buone condizioni di salute fisica, psicologica, emotiva, sociale e spirituale. Di qualunque di questi concetti vogliamo parlare, credo che in Italia siamo mediamente lontani dal preoccuparcene sul luogo di lavoro. Quando mi sono licenziato dal mio “posto fisso”, per entrare nell’'universo delle Partite IVA, non ero certo felice, anzi ero estremamente triste, demotivato e pieno di rabbia. Questi sentimenti non si limitavano a tormentarmi sul posto di lavoro, ma ovviamente mi seguivano anche a casa, nelle uscite con gli amici, nei momenti in cui mi dedicavo agli hobby e, ebbene sì, erano sempre presenti anche prima di addormentarmi, e appena sveglio.

Oggi, nelle mie funzioni di Temporary Manager, mi imbatto spesso in situazioni similari, in cui vedo dipendenti tristi, arrabbiati, polemici, poco considerati, e mi chiedo “ma perché? Perché siamo ancora a questo punto”?  Nei primi due articoli di cui incollo il link al termine del mio, potrete apprezzare le parole di Francesca Contardi, una professionista che sta facendo molto per introdurre e sponsorizzare la figura del CHO anche in Italia. Fra l’'altro, la Contardi segnala come il fatto di avere dipendenti più felici e motivati dia anche un vantaggio netto in termini di COSTI alle aziende, misurabili in minore assenteismo e meno persone che decidono autonomamente di licenziarsi. Formare una persona e poi vederla passare alla concorrenza è uno smacco enorme, una perdita incredibile, e questo fenomeno è destinato ad aumentare con l'’ingresso negli organici dei cosiddetti “millennials” (i nati fra il 1980 e il 2000), che non sono più così affascinati dal concetto del “posto fisso” (anzi, non ci sperano neanche più), e sono molto più pronti dei loro predecessori alla mobilità, anche verso l’'estero. Scrivo questo perché, purtroppo, il fattore economico è ancora uno dei pochi stimoli ai quali tanti capi d’'azienda italiani prestano ascolto: credo fermamente che dovremmo preoccuparci del prossimo “a prescindere”, ma spesso con gli imprenditori bisogna dimostrare che sussistono dei vantaggi misurabili in termini di denaro, per venire ascoltati.

Nube di tag - Manager della felicità - Massari ConsultingNella nostra nazione, spesso, siamo ancora e purtroppo legati a concetti più simili allo schiavismo e a concezioni sbagliatissime, quali quelle che sostengono  che “il lavoratore dovrebbe comunque essere contento di avere un posto di lavoro”, e per consolarsi di eventuali problemi dovrebbe pensare ai tanti disoccupati che, invece, sono in cerca di un ruolo attivo e si trovano in condizioni di difficoltà. Un pò come si fa coi bambini, quando li si obbliga a mangiare un cibo che non gradiscono, proponendogli di pensare ai “bambini poveri che non hanno neppure quello”. Ragionare così, significa pensare in termini demoniaci, negativi, mentre invece il punto di svolta non può essere altro che cercare di vedere il BENESSERE in termini positivi, di “abbondanza”, di salute, felicità, sorrisi, motivazione, gioia del cuore.

A mio avviso, l’'epoca in cui i datori di lavoro possono continuare a ignorare la felicità e il benessere dei lavoratori, sta per finire. Non è possibile essere ancora legati, ad esempio, alla quantità di tempo che si passa sul posto di lavoro (a volte “scaldando la sedia”), premiando gli “sgobboni” e non chi apporta un serio valore all'’attività. Personalmente, tendo a diffidare di chi dedica tutto il suo tempo e le sue energie al lavoro, e ho un'’istintiva simpatia per chi, invece, riserva alle attività lavorative un tempo “giusto” senza scordarsi di avere degli affetti, una famiglia, degli hobby, degli amici, dei sogni. Se ci pensiamo bene, in tante circostanze anche il concetto stesso di “luogo di lavoro” perde d'importanza, visto che con le moderne tecnologie possiamo lavorare ovunque! Si parla spesso di “smart working”, ed è giustissimo incentivarlo, perché per rendere le persone felici bisogna cercare di equilibrare il più possibile la vita professionale con quella personale, venendo incontro alle esigenze dei singoli, e non certo ostacolandole. Se un determinato compito può essere svolto comodamente dal pc di casa, perché obbligare una persona a correre nel traffico per timbrare un cartellino?

Spero, quindi, che la strada per i “manager della felicità” possa essere sempre più spianata, augurando anche a me stesso, un giorno, di poter assumere ruoli di questo tipo. In fondo, chi mi conosce personalmente sa come, oltre all'economia, io sia sempre stato appassionato di psicologia, spiritualità, leadership, motivazione, ed argomenti correlati, per non parlare della musica e dell'’arte (questa cosa mi ha certo abituato a sviluppare un “cuore piuttosto aperto”).

Per avere un'’idea più precisa di quel che potrebbe fare un manager della felicità, cito direttamente le parole di Francesca Contardi, tratte dall'articolo di “Repubblica” di cui riporto successivamente il link: bisogna “saper organizzare al meglio gli spazi di lavoro in relazione al fatto che i nuovi dipendenti e i trentenni in particolare, sono più attenti agli aspetti legati al benessere del corpo e del Pianeta. Pensi al cibo biologico, ma anche dell'ecologia in senso lato, spazi verdi, ambienti illuminati con luce più naturale possibile. Ci sono poi oggetti capaci di spezzare il tempo di lavoro in modo attivo, pensi a un calcio balilla vecchio stampo in un ufficio, a un servizio di lavanderia o a una palestra, anche minima, richiesta soprattutto dei maschi. E perché no, un servizio di counseling, qualcuno con cui potersi confrontare liberamente”.Aggiungo che il punto di svolta sarà il fatto di saper conoscere e comprendere i bisogni delle specifiche persone che, di volta in volta, ci troviamo di fronte in azienda: una mia esigenza, ad esempio, è quella di avere un divano sul quale potermi rilassare e, perché no?, dormire venti minuti dopo aver pranzato. Fa parte di me, da sempre, e credo che sempre lo farò, sono fatto così, e il fatto di riuscire a riposare mi dà una carica e una lucidità mentale tali che mi permettono di affrontare il pomeriggio con un atteggiamento “da vincente”. In un ipotetico mondo in cui io fossi un lavoratore dipendente, se il mio “manager della felicità” pensasse una cosa del genere per me, i miei livelli di benessere e motivazione andrebbero immediatamente alle stelle. E voi, cosa desiderereste? Sognare non costa nulla, e se a sognare saremo in tantissimi, prima o poi questi “CHO” non potranno che arrivare anche nelle nostre imprese!

 


LINKS UTILI: