Il caso Spotify, la quotazione in borsa ed il futuro della musica

Pubblicato il 26/02/2019

 




Negli ultimi giorni la cosa ha fatto notizia: Spotify si è quotato in Borsa, a Wall Street, e ha avuto un grande successo!

Vediamo innanzitutto di spiegare, anche a chi non dovesse saperlo, cos’'è Spotify (in parole molto povere): un servizio di “streaming” per ascoltare, legalmente, musica senza acquistarla, utilizzando la rete internet. Ne esiste una versione gratuita (che propone, però, pubblicità e limitazioni delle funzionalità), e una a pagamento, che a fronte di un canone piuttosto irrisorio (poco meno di 10 euro mensili) fornisce una possibilità di ascolto illimitata, senza pubblicità e con elevata qualità, di una quantità enorme di musica (praticamente, la stragrande maggioranza della discografia mondiale, passata e presente).

Tornando alla quotazione in Borsa, la prima considerazione da fare, è tutta relativa al mondo dell’'alta finanza: si legge infatti, da più parti, che l’'operazione “spaventa le banche d’'affari”, in quanto Spotify ha scelto la “quotazione diretta”: si è avvalsa cioè, di consulenze per arrivare in borsa, ma ha rinunciato al prezioso (e costosissimo) servizio finale che le grosse banche usualmente forniscono, vale a dire il sostegno dei titoli in caso di elevata volatilità (= oscillazioni molto forti dei prezzi), con operazioni di borsa “ad hoc” volte appunto a stabilizzare questa volatilità ed evitare il panico nel mercato. Spotify si è allegramente fatto beffa di questa usanza, presentandosi in beata solitudine, ed ha avuto ragione: la temuta turbolenza non c’'è stata, domanda ed offerta si sono incontrate spontaneamente in un modo corretto, e i valori hanno retto. Ecco perché le banche d'’affari USA “tremano”: il loro sostegno, normalmente considerato come indispensabile, non è stato necessario, e la voce si spargerà in fretta. Già si parla di altri imprenditori che tenteranno presto la stessa strada di quotazione diretta (si vocifera, ad esempio, di Pinterest e Uber), e se l’'usanza si espanderà, grosse moli di profitto delle banche d’'affari potrebbero venir meno, obbligandole a ricercare nuove opportunità di business.

La seconda considerazione da fare è questa: Spotify, nella sua interezza, sommando cioè tutte le azioni, è oggi valutata tra i 26 e i 30 miliardi di dollari, il che significa che le previsioni del mercato sono più che rosee, e recentemente sono anche state esplicitate con questi numeri: 41 miliardi di dollari di ricavi annuali per il music business, previsti per il 2030 da Goldman Sachs, dunque si parla di cifre ben superiori a quelle fatte registrare nell'’ultimo “anno d’'oro” della musica, il 1999 (con 27 miliardi di dollari). Da lì, iniziò il tracollo. Le stime degli analisti sono dunque queste: dopo una lunghissima crisi, la musica tornerà a macinare ricavi, e lo farà più che in passato e soprattutto grazie ai servizi di “streaming” di cui Spotify è leader.

Ma qual è la situazione, oggi? Per quanto possa sembrare impossibile, Spotify è in (pesante) perdita, anzi diciamo che non ha mai fatto registrare un utile nella sua vita. L’'ultimo dato ufficiale parla di un “buco” di 1,5 miliardi di dollari. Se vi state chiedendo come sia possibile che un'’azienda capace di generare perdite del genere di quella appena descritta, sia in grado di farsi valutare quasi 30 miliardi di dollari, la risposta sta in un’'unica parola-chiave: ASPETTATIVE. Il mercato si attende faville, e i valori economici si adeguano a questi sentimenti e a queste proiezioni. Sarà troppo? Chi può dirlo; come si dice in questi casi “ai posteri l'’ardua sentenza”.

Oggi, Spotify può contare su un numero veramente elevato di abbonati, vale a dire circa 160 milioni; di questi però, la maggioranza (90 milioni) è fermo sulla versione “free”, il che significa che non è disposto a pagare neppure 10 euro al mese per aver accesso alla più vasta biblioteca musicale del mondo! Il trend è in salita, vale a dire che Spotify riesce, gradualmente, a convincere i suoi utenti a passare alla versione “premium” (quella a pagamento), ma il processo è lento.

La drammatica considerazione da farsi, a questo punto, è però una: la musica ha perso il suo valore, e la maggior parte delle persone non è disposta a rinunciare nemmeno al controvalore di una pizza e una birra per assicurarsi un servizio di fruizione dalla qualità accettabile. Anzi, fino a poco tempo fa è circolata una versione “pirata” di Spotify, che dava agli utenti gli stessi vantaggi della “premium” (=assenza di pubblicità), ma in modo gratuito. Spotify è poi riuscito a farla chiudere, con la conseguenza che si è elevato un coro di proteste da parte degli utenti! Ormai il mondo che dobbiamo affrontare è questo: la gente è stata purtroppo abituata ad avere musica gratis, ed ora la pretende.

Questo antipatico trend può essere fatto ricondurre alla nascita della musica “digitale” (dunque dall’'avvento dei cd in poi): riducendola ad un insieme di “bit”, la si è resa perfettamente duplicabile e, dopo l’'avvento di internet, trasferibile, in modo quasi sempre “pirata” e gratuito. Le previsioni di crescita del settore che abbiamo prima citato, devono dunque prevedere una pesante RIEDUCAZIONE degli utenti al fatto di ridare alla musica registrata un VALORE che, attualmente, si assesta su territori pericolosamente vicini allo zero.

Per finire, una necessaria riflessione: oggi come oggi, la maggior parte dei profitti di chi fa musica deriva dai concerti, non certo dalle registrazioni. La stessa Spotify paga, per i diritti delle opere che vengono riprodotte, una miseria (circa 7 dollari ogni MILLE riproduzioni di un brano, dunque stiamo parlando di “briciole”. E se vi sembra poco, pensate che Youtube paga circa 1 dollaro per mille passaggi...).  Le stesse superstar del passato non mancano di rilasciare interviste in cui si dichiarano preoccupate per il futuro della musica (inseriamo in calce un interessantissimo intervento, su “Il Sole 24 Ore”, del bassista dei KISS su questi argomenti). Per contro, le grandi “tournée” registrano quasi sempre il tutto esaurito, a fronte di produzioni mastodontiche e spettacolari: l'’emozione di andare ad un concerto non si può comprimere, trasferire, banalizzare, e per questo le persone spendono ancora cifre molto elevate. Chi sono, però, gli artisti che si vanno a vedere “live”? I grandi del passato, quelli che sono riusciti a costruire delle carriere negli anni in cui la musica era un mercato fiorente, e di “file sharing”, “streaming” e giù di lì non si parlava ancora.

Rolling Stones - Massari ConsultingOggi, grazie a queste innovazioni da “new economy”, ci stiamo creando il vuoto alle spalle, perché nessuno trova più conveniente fare dischi come si faceva una volta, in modo professionale, costruendo carriere e considerando la musica per quel che è veramente, vale a dire ARTE. Vi siete mai chiesti perché i promoter mandano ancora in giro degli arzilli settantenni, a fare i tour mondiali? Proprio perché, purtroppo, alle spalle abbiamo sempre più VUOTO. Fare dischi non è più conveniente, e le etichette discografiche investono sempre meno, cercando di spremere il più possibile i loro veri tesori (i “cataloghi” di evergreen e grandi classici), e cercando di sfruttare qualche fenomeno “usa e getta” come quelli provenienti dai talent show.

Speriamo dunque che nel 2030, davvero, le previsioni di Goldman Sachs possano avverarsi, e il mercato della musica registrata possa tornare ad essere fiorente come in passato. Perché ciò avvenga, però, dobbiamo auspicare un grosso cambio di mentalità dei fruitori: una consapevolezza di stare acquistando non un “prodotto di consumo” ma ARTE che, come tale, ha diritto a vedersi riconosciuta un giusto prezzo.



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